15 giugno 2017

Le novità nell'architettura che hanno cambiato la storia

L’evoluzione delle strutture e dei materiali da costruzione può essere considerata parallela a quella  dell’uomo, dalla cladogenesi iniziale che diede inizio al processo di ominazione fino ai giorni nostri, dominati dall’Homo Sapiens:  una specie capace di modificare radicalmente l’ambiente che lo sostiene e di progettare non solo strutture sempre più complesse e maggiormente efficienti, ma anche di ideare nuovi materiali per  i quali i limiti di alcuni decenni fa appaiono appartenere alla preistoria.  Gli antichi costruivano utilizzando elementi strutturali semplici e di facile realizzazione e conoscevano solo carichi di compressione e di trazione mentre i materiali, di derivazione naturale,  erano limitati dalla disponibilità locale. La metodologia costruttiva era basata più sull’esperienza che sul ragionamento, una condotta costosa ma affidabile ma che di  fatto consentì loro di realizzare opere incredibili, non solo per l’audacia costruttiva, ma anche per la bellezza architettonica spesso legata alla purezza delle forme ed infine durabili, considerato che molte delle eredità del passato hanno attraversato i millenni, hanno resistito alle intemperie, ma soprattutto sono sopravvissute all’uomo. 

Le piramidi d’Egitto furono costruite per affrontare quattro tipi di problemi: spirituale, legato al mistero della morte; politico, per l’affermazione del potere divino del faraone; sociale, con l’occupazione di ampie masse di contadini durante le fasi di piena del Nilo che rendeva fertile i terreni ma li privava del lavoro; scientifico, con la necessità di avere un osservatorio per lo studio dei cieli. In ogni caso la forma a piramide, la roccia di base su cui furono fondate e la pietra per la costruzione le resero strutturalmente efficienti  per carichi di compressione, ovvero gli unici presenti. In altre parole la pietra all’epoca degli antichi egiziani rappresentava il miglior materiale per lo scopo prefisso: economico, diffuso, resistente ed affidabile, anche se pesante.

Gli antichi greci riuscirono a costruire il Partenone di Atene, intorno al 440 a.C., con una precisione geometrica mai più uguagliata neanche dagli edifici moderni, soprattutto se tenuto conto delle limitazioni dell’epoca e dei luoghi. E per tale capolavoro utilizzarono solo due elementi strutturali, il pilastro e la trave, ed un solo materiale, la pietra. Non solo: le tecniche di costruzione furono da loro davvero perfezionate e spinte ai massimi  livelli, come dimostra la precisione degli accostamenti, la perfetta simmetria del tempio  e la bellezza complessiva. Ma nonostante ciò i costruttori greci si dimostrarono pessimi ingegneri, dal momento che molti degli architravi risultarono lesionati per evidenti carenze strutturali, così come accadde ai rivestimenti in bianca pietra calcarea delle piramidi, miseramente crollati sotto l’azione del nostro forse unico antagonista: il tempo.

I fattori che nel passato condizionavano la scelta del materiale da costruzione erano quindi  sostanzialmente non tanto di ordine statico quanto di tipo economico, viste le ingenti quantità di pietra utilizzate per i  monumenti eretti dalle civiltà mediterranee e sudamericane; ma poichè l’obiettivo principale era di ridurre i costi di estrazione, lavorazione e trasporto le cave dovevano, per quanto possibile, essere ubicate il più vicino possibile al  cantiere, una limitazione che influenzava la scelta della pietra da costruzione e di conseguenza la resistenza dell’opera nel tempo.  Ma se il Partenone fosse stato costruito dagli antichi romani probabilmente avrebbe avuto una sorte

diversa e forse anche una estetica diversa, considerato che nell’antica Roma erano ben conosciute ed applicate le metodologie di confezionamento  dei calcestruzzi, che con loro raggiunsero una perfezione ancora oggi da eguagliare. Durante l’impero romano furono eseguite opere di ingegneria idraulica e costruiti edifici per il culto famosi per le dimensioni, per la precisione e soprattutto per la

robustezza utilizzando prevalentemente, e spesso solo, carichi di compressione ed accoppiando due elementi, l’arco e il pilastro, evidentemente molto efficienti per le finalità strutturali. Nel contempo però cominciò ad essere utilizzato sempre più il primo vero materiale artificiale: il mattone. Il Centro quotidiano dell’Abruzzo anno 2007.

Ma nonostante il calcestruzzo ed il ferro fossero materiali noti sin dall’antichità il loro utilizzo nel senso moderno della parola ha dovuto sfidare il trascorrere di molti secoli: accadde così che, alla stregua dell’uso dei materiali naturali, solo grazie ad una combinazione di eventi legati a cambiamenti sociali, tecnici e culturali connessi con la Rivoluzione Industriale, ebbe iniziò il loro  periodo fortunato, tanto da dare luogo ad una profonda trasformazione della società a partire dalla fine del ‘700 quando concorsero due eventi imprescindibili: 1) la scoperta  di nuove tecniche di produzione dell’acciaio, che di fatto ne abbassarono il costo di produzione di un fattore 10; 2) il

rapido incremento demografico e la crescente necessità di miglioramento delle vie di comunicazione, le quali con Napoleone Bonaparte  assunsero la duplice funzione commerciale e strategica. Tali trasformazioni portarono alla costruzione di un gran numero di ponti i quali, grazie alla elevata disponibilità di ferro a buon mercato e alla comparsa delle prime teorie sulla resistenza dei materiali, condussero infine allo sviluppo  di nuove tecnologie costruttive e di nuove e più efficienti metodologie di analisi e di calcolo, con risvolti pratici anche in temi più propriamente edili.

 

Ed oggi?

La costruzione di edifici e strutture, che siano residenziali, commerciali o destinati al trasporto, sta subendo una ulteriore profonda mutazione derivante dall’aumento troppo spesso incontrollato dei costi e dalla conseguente introduzione di muove tecnologie e di materiali prestazionali al fine  di mantenere l’attuale livello di crescita economica. Purtroppo la contropartita nel breve periodo sarà

insita proprio nella estremizzazione tecnologia, basata sulle innovazioni non sempre verificate sul campo e che condurrà inevitabilmente ad una serie di nuove problematiche che devono ancora essere scoperte ed affrontate. La crescita parabolica del Novecento in campo industriale ed edile condurrà nei prossimi decenni al termine della fase relativa alla Rivoluzione Industriale e tra pochi anni cominceremo a descrivere il periodo trascorso come quello dell’Età dell’Acciaio.

 

Architettura bioclimatica

Progettare bioclimaticamente utilizzare le caratteristiche dell’ambiente esterno per  raggiungere il benessere nell’ambiente costruito  diminuendo il consumo di fonti energetiche non rinnovabili e l’impatto sull’ambiente. Il consumo viene suddiviso in tre fasi  fondamentali: la produzione dei materiali da costruzione,  la realizzazione degli organismi edilizi la gestione energetica di essi. La progettazione bioclimatica vuole sfruttare, per ogni  fase del processo edilizio, fonti energetiche rinnovabili,  nonché tutti gli accorgimenti e sistemi che da una parte  minimizzino il consumo e le dispersioni degli edifici,  riducendone il fabbisogno energetico, e dall’altra  ottimizzino le potenzialità dei materiali di costruzione e  dell’ambiente nel quale sorge l’edificio

Troppo spesso si parla di architettura bioclimatica confondendola con la bioarchitettura o l'architettura sostenibile. In realtà l'architettura bioclimatica è un tipo di architettura che ottimizza le relazioni energetiche con l'ambiente naturale circostante, ovvero ottimizza la temperatura interna delle abitazioni riducendo al massimo il consumo di energia attraverso la corretta scelta delle caratteristiche costruttive e strutturali, i materiali impiegati e la disposizione delle superfici vetrate. L'architettura bioclimatica sfrutta così al meglio gli apporti energetici dell'ambiente esterno alla casa, riducendo sensibilmente o eliminando del tutto il fabbisogno energetico necessario per riscaldare o raffreddare l'edificio. Non si tratta certo di una scienza moderna, anzi.

La bioarchitettura in realtà è sempre stata usata per costruire le abitazioni, e solo da pochi decenni se ne sta perdendo ogni traccia. La storia passata, anche recente, non fa che mostrarci come l'architettura si sia sempre adeguata al clima, realizzando abitazioni (ed utilizzando materiali e tecniche costruttive) assai diverse anche solo fra nord e sud Italia. Pensiamo ad esempio ai trulli, alle case coloniche toscane, alle baite altoatesine: fino a cento anni fa era normale pensare e costruire in modo radicalmente diverso un'abitazione a seconda del clima. Poi la crescita dell'industria edile ha portato ad una "globalizzazione" delle tecnologie costruttive, utilizzando sempre meno materiali e tecnologie disponibili localmente ed utilizzando invece quelle che era più economico utilizzare, ovvero la "gabbia" di cemento armato ed i tamponamenti in laterizio.

 

L'abbandono delle antiche tecniche di architettura bioclimatica poi ha avuto una decisa impennata per via dell'esplosione demografica, che ha portato alla crescita selvaggia di intere città con abitazioni costruite senza nessun criterio se non quello di massimizzare il profitto per i costruttori, grazie anche alla crescente disponibilità di energia relativamente a basso costo per riscaldare le case. L'architettuta bioclimatica rinasce però alla fine degli anni sessanta, a seguito della prima grande crisi energetica, e da lì si è assistito ad una rifondazione di questa disciplina che si è trasformata nella bioclimatica moderna.

Come deve essere una casa ben progettata con l'architettuta bioclimatica: IN INVERNO
Una casa bioclimatica in inverno deve essere naturalmente calda, grazie ad un 
isolamento termico ben realizzato ma anche grazie alla capacità di sfruttare al massimo il calore del sole per mezzo di ampie superfici vetrate, che permettano di riscaldare ed illuminare la casa con il minimo dispendio di energia. IN ESTATE
D'estate una casa bioclimatica deve essere naturalmente fresca, limitando l'esposizione al sole delle superfici vetrate e delle pareti attraverso un'opportuna inclinazione di tetti e pergole pur mantenendo una corretta illuminazione naturale degli ambienti interni, ma soprattutto con sistemi di ventilazione naturale diurni e notturni in grado di smaltire l'eccesso di calore accumulato all'interno della casa.

Progettare un centro storico

Il concetto di città storica nasce all’inizio dell’ottocento quando i tessuti urbani più antichi  cominciano ad essere d’intralcio alle esigenze di organizzazione degli spazi richieste dalla  rivoluzione industriale. Il concetto di “città storica” nasce dunque in  opposizione al concetto di  “città moderna”.  è con Ruskin, nel 1860, che la città storica  diviene oggetto di conservazione al pari di qualsiasi monumento; essa infatti, pur non essendo stata  edificata a scopo evocativo, ha la capacità di rievocare e rafforzare l’identità di coloro che la abitano, divenendo in tal modo il monumento della modernità. “Ruskin ha fatto una scoperta che la nostra epoca non ha ancora finito di riscoprire. Esercitando  il doppio e meraviglioso potere di radicare i suoi abitanti nel tempo e nello spazio, la città ha  giocato il RUOLO RIEVOCATIVO DEL MONUMENTO senza che ne avessero coscienza né  intenzione coloro stessi che la edificavano e la vivevano.”

Il centro storico diviene monumento da preservare, da conservare in quanto “patrimonio  urbano” di una determinata società; è Giovannoni ad utilizzare per primo la locuzione “patrimonio  urbano”: patrimonio in quanto ereditato dalle società passate ed in quanto “riserva di valore  storico”. Giovannoni ad esempio lega la conservazione fisica dei centri storici alla loro integrazione nella città contemporanea in modo che il nuovo utilizzo sia compatibile con la loro morfologia e la loro scala. Ma è nella Carta di Gubbio  che viene introdotta una  riflessione più radicale, seppur acerba, in quanto attinente alla definizione stessa di Centro Storico: viene esplicitata l’esigenza di preservare non solo l’Urbs, il tessuto fisico del centro storico, ma anche la  Civitas, il tessuto sociale, prevedendo il fenomeno di  gentrification che ha di fatto successivamente interessato molti centri storici risanati.

“Si afferma che nei progetti di risanamento, una particolare cura deve essere posta nell’individuazione della struttura sociale che caratterizza i quartieri e che, tenuto conto delle necessarie operazioni di sfollamento dei vani sovraffollati, sia garantito agli abitanti di ogni comparto il diritto di optare per la rioccupazione delle abitazioni e delle botteghe risanate, dopo un periodo di alloggiamento temporaneo, al quale dovranno provvedere gli enti per l’edilizia sovvenzionata; in particolare dovranno essere rispettati, per quanto possibile,  i contratti di locazione, le licenze commerciali ed artigianali, ecc. preesistenti all’operazione di risanamento.”

Il concetto accademico di  centro storico si è istituzionalizzato al punto da rientrare in una normativa edilizia molto particolare e severa che ne vieta alcuna alterazione fisica. Gli interventi per il risanamento (dagli aiuti alle pietre agli aiuti agli abitanti) (Aristone; Palazzo, 2000) hanno sempre anteposto le esigenze del tessuto fisico a quelle del tessuto sociale, il più delle volte relegato a strumento per un miglior intervento conservativo, o considerato come un fastidioso ostacolo ai progetti conservativi dei “tecnici”.

 

Progettare il vuoto (piazza)

Se è ormai nota la difficoltà, a progettare un manufatto edilizio, destinato ad accogliere le normali funzioni della vita sociale quotidiana e che vada al contempo ad occupare uno spazio di vuoto urbano, è altrettanto nota e forse maggiore, la difficoltà a progettare lo stesso spazio, quando la sua destinazione principale dovrà rimanere quella di vuoto urbano, destinato ad essere riorganizzato o riprogettato, al fine della creazione di uno spazio aggregativo e di crescita della vita sociale collettiva. Sicuramente la progettazione di una piazza, richiede un particolare impegno, dovendo pensare ad uno spazio d’aggregazione, dove le regole della composizione non sono dettate da esigenze ben specifiche come nell’edilizia tradizionale, ma da usi, costumi e modi di vita individuali, che ognuno di noi mette in atto, ogni volta che si trova a vivere un particolare momento di socializzazione.

Per questo motivo nel riorganizzare grandi spazi aperti, lo scopo principale diventa suddividere lo stesso spazio in aree diverse, che ripropongano i vari modi di vivere e trascorrere il tempo libero, in modo tale che ogni persona possa trovare al suo interno il suo spazio personale e allo stesso tempo condividerlo con gli altri. • Progettare gli elementi compositivi E’ possibile pertanto soddisfare le esigenze predette, ricreando all’interno della piazza, tutte quelle situazioni urbane tipiche, che caratterizzavano, da un lato le piazze di “una volta” e dall’altro i moderni spazi aggregativi sociali “d’oggi”: spazi verdi e pavimentati, percorsi di collegamento tra varie zone, “quinte” scenografiche destinate ad accogliere piccole attività commerciali. Ogni elemento caratterizzante la piazza deve perciò essere riconoscibile visivamente per essere facilmente individuato ed usufruito nel suo insieme. Ricreare nell’area in oggetto le caratteristiche di un piccolo borgo, ad esempio, può rendere anche uno spazio grande non dispersivo, ma a misura d’uomo e riconoscibile in ogni sua parte e funzione.

I temi del progettoValorizzazione e collegamento degli spazi esistenti Le scelte progettuali come accennato nei paragrafi precedenti, sono state rivolte da un lato alla valorizzazione ed al collegamento degli spazi esistenti e parallelamente alla creazione di spazi con molteplici funzionalità, destinati a soddisfare esigenze più disparate, dai semplici spazi all’aperto per i giochi d’infanzia, al relax dei fruitori non più giovanissimi, sino alla predisposizione di spazi destinati ad attività commerciali artigianali o artistico-espositivi.

La piazza minerale Gli spazi minerali (pavimentati), sono sostanzialmente divisi in due grandi aree, separate dal percorso pedonale che taglia in due la piazza; le due zone pavimentate con lastre in pietra di porfido, si stagliano con andamento sinusoidale, sulla zona espositiva, destinata ad accogliere piccole attività commerciali artigianali.

• La zona espositiva Come quinta scenica della piazza minerale, visibili da ogni percorso e punto dello spazio progettato, svettano una serie di setti murari, disposti ad arco, i quali vengono attraversati dal percorso pedonale proveniente dalla passerella in legno, terminando nella piazza vegetale. Questi setti, attrezzati con un sistema di coperture trasparenti in policarbonato, sospese da tiranti in acciaio, creano un zona coperta, di grande effetto visivo, dove possono trovare spazio, attività culturali o commerciali, quali: esposizione di opere d’arte contemporanea, mostre di artigianato locale o esposizione di lavori didattico-scolastici. In questa zona, la pavimentazione, essendo costituita da pietra chiara(travertino) a spacco, montata ad opera incerta, in maniera irregolare, si differenzia e funge da elemento “filtro”, che precede l’area destinata a verde pubblico, creando un forte contrasto cromatico con il resto della piazza. La stessa pavimentazione segue il contorno circolare del chiosco di ristoro, fino ad arrivare all’accesso dei parcheggi.

• La piazza vegetale Camminando lungo il percorso pedonale della piazza, ed attraversando la ‘’quinta scenica”, si scopre la zona destinata a verde: attrezzato per il gioco dei bambini, per il ritrovo dei ragazzi e per le varie attività all’aperto o semplicemente come area ombreggiata per il passeggio ed il relax. Il percorso iniziato dalla passerella, dotato di panchine e alberature di bordo, dopo aver attraversato tutta la piazza, termina il suo percorso nell’area verde, dilatandosi in modo tale da creare una piazzetta semicircolare, dotata di sedute gradonate, leggermente rialzate.

• I punti d’aggregazione sociale Di fondamentale importanza è stata la scelta di progettare gli spazi componenti l’intero intervento, organizzando le varie zone di aggregazione sociale, dotandole di sedute in pietra, come quelle perimetranti il percorso d’acqua o il divisorio con la zona parcheggi e il chiosco di ristoro, posto in prossimità della zona di ingresso. La stessa cavea di fronte alla chiesa è in realtà una seduta che accoglie i fedeli, prima e dopo le funzioni liturgiche. Il percorso pedonale rialzato, può considerarsi, non solo come attraversamento da una via ad un’altra, ma come luogo di sosta, con possibilità di sedersi sulle panchine in pietra e di passeggiata allo stesso tempo. Tutto l’intervento ha lo scopo principale di riqualificare l’area, sia da un punto di vista architettonico e distributivo, sia dal punto di vista della funzionalità e della vivibilità, nel suo complesso.

In definitiva la linea guida principale che ha determinato il progetto di questa nuova piazza, si può sintetizzare, nella, volontà di creare degli spazi polifunzionali, attrezzati con elementi di arredo urbano, servizi di ristoro e luoghi destinati non sola al relax ma anche per attività ludiche, il tutto organizzato in modo tale da poter essere fruiti da ogni tipo di utente finale, senza distinzione di età o condizione fisica; un occasione per vivere lo spazio sociale aperto in maniera libera.

 

Vuoto urbano 2

Lo spazio urbano viene spesso concepito come puro spazio connettivo di funzioni, che annulla quasi completamente la complessità delle relazioni sociali, inducendo la distruzione delle forme locali dell’ abitare nelle città. La città contemporanea è in continua crescita e diviene sempre più difficile combattere l’ipertrofia metropolitana che la caratterizza; cosi che spesso i tentativi di produrre luoghi di scambio e di relazione , hanno portato alla creazione di non luoghi, ovvero spazi privi di identità, relazioni e storia. I vuoti urbani sono diventati perimetri di zonizzazioni incontrollate,luoghi di attraversamento, con un’idea di spazio pubblico museificato che ha assunto valore unicamente in relazione al tessuto di cui è margine sterile e acritico. Oggi l’idea stessa di spazio pubblico è assente nelle conurbazioni periferiche diffuse, oppure è sostituito da concentrazioni specializzate del commercio. Conseguentemente, anche l’identificazione dell’abitante con il proprio spazio di vita si fa sempre più difficile. L’individuo non ha più bisogno di definire la propria identità attraverso lo scambio sociale, ma casualmente si trova parte integrante di flussi di attraversamento indefiniti.

Il vuoto deve essere ripensato e percepito come uno spazio pubblico multifunzionale, come luogo di vita personale in cui trascorrere il proprio tempo, come spazio aggregativo e di crescita della vita sociale collettiva. Ciò risulta possibile attraverso l’inserimento nel tessuto urbano di elementi del paesaggio, quali l’acqua e il verde, capaci di richiamare la dimensione dello stupore, del divertimento, della teatralità e della maraviglia, attraverso l’uso di architetture ludiche che utilizzano il gioco per creare nuove forme di relazione e nuove modalità di costruzione degli spazi complessi della contemporaneità.

 

Definizione di vuoto urbano

Per vuoti urbani s’intendono vaste aree rese disponibili per obsolescenza o cambio di destinazione d’uso, che vengono chiamati indistintamente aree strategiche, periferie interne, grandi vuoti, aree dismesse, derelict land, .. Ma secondo un concetto più consono all’architettura, i vuoti sono le piazze, i parchi, le strade, gli interstizi non edificati o qualunque altro spazio aperto indipendentemente dalla loro scala. Ciò che li identifica è la ricchezza che hanno, in modo più o meno marcato, di valori simbolici, attività o funzioni. Il vuoto urbano può inoltre generare da una condizione di vuoto percettivo, che si verifica per esempio quando la distanza tra due edifici è eccessiva per mantenerli in rapporto diretto.

vuoto urbano dal punto di vista morfologico, tipologico e funzionale

I vuoti urbani possono intendersi come “spazi interni” alle città e quindi come “spazi concavi”, la cui comprensione consente di definire una sorta di campo qualitativo le cui proprietà sono definite sia dai propri limiti, sia dagli oggetti che in esso sono inseriti, con un approccio topologico del quale vengono a far parte tutte le più significative stratificazioni morfologiche, non solo nella misura in cui le rispettive tracce sono leggibili nelle moderne configurazioni o strutture. La tipologia offre infatti la possibilità di andare oltre la forma definita per giungere all’essenza spaziale, per cogliere le qualità primarie delle configurazioni.

La piazza

Costituisce il nucleo stesso della civiltà urbana. Nel Rinascimento la piazza si sovrappone al tessuto urano, determinando ambiti geometrici che individuano un’immagine legata alla “nuova” civiltà. Mentre nei secoli XVIII e XIX il “decoro” e la ricerca dell’immagine tendono a sostituirsi alla funzione e la piazza assume il ruolo scenico di valorizzazione di un edificio laico o religioso, facendo prevalere la rappresentazione della scena urbana del concetto di socialità. Si tende cosi a riproporre la sovrapposizione individuata dalla piazza rinascimentale, accentuandone una spiccata ricerca scenografica, legata a vere e proprie sistemazioni estetiche della città. Nella seconda metà del secolo XIX compare, vicino alla componente estetica, la necessità di dare ordine al movimento dei veicoli che iniziano l’invasione dello spazio urbano. La piazza perde, allora, la sua funzione aggregatrice di vita collettiva per divenire centro e fulcro di direttrici di movimento, prodromo di gran parte dell’architettura del XX secolo. Ogni significato della piazza ha perso di univocità, come una strada, è una delle articolazioni possibili dello spazio pubblico e la ricerca di una vita sociale si trasforma generalmente in qualcosa di molto simile alla piazza-mercato, immagine di un centro di scambi e commercio, un luogo in cui si arriva, si parcheggia facilmente e all’interno del quale ci si muove per fare acquisti, guardare, divertirsi. Accanto a questo modello trovano una loro specificità altri tipi di piazza, come la piazza-giardino, dei quartieri residenziali e la piazza-celebrativa costruita intorno d un monumento o ad una funzione pubblica, ultimo baluardo di una concezione aulico-classica del secolo scorso. Tale argomento è stato trattato dall'architetto e urbanista austriaco Camillo Sitte (Vienna 1843-1903), nel suo libro "L'arte di costruire la città". In esso critica decisamente il dominio dei grandi viali rettilinei, delle grandi piazze pubbliche organizzate principalmente per le esigenze del traffico, e per tentare di strappare da tutti i principali edifici pubblici o religiosi le strutture minori, considerate soffocanti. Sitte propone invece di seguire quello che ritiene l’obiettivo progettuale di chi ha conformato attraverso strade e edifici le città medievali. Egli inoltre rileva la necessità di inserire il progetto urbanistico nella storia della città cui fa riferimento, ritenendo fondamentale il rispetto per la tradizione e le rivalutazione dei luoghi pubblici, in quanto centri nodali della vita comunitaria. Camillo Sitte è e resterà un punto cardine del pensiero moderno della città e un riferimento prima della progettazione.

La forma della piazza

R. Krier nel suo libro "Lo spazio della città" sostiene che con ogni probabilità la piazza è il primo tipo di spazio urbano inventato dall’uomo. Essa deriva dal raggruppamento di case attorno ad uno spazio libero. Questa disposizione consentiva il massimo controllo pubblico sullo spazio interno e costituiva inoltre un buon dispositivo di difesa verso l’esterno, poiché riduceva al minimo la superficie dei fronti da proteggere. Questa forma di raggruppamento attorno ad una corte, cui spesso si sovrappone un contenuto simbolico, fu scelta come tipo edilizio di numerosi luoghi di culto (agorà, foro, chiostro, corte di moschea). Krier fornisce inoltre una sorta di catalogo della forma della piazza, partendo da un -elemento base- e sovrapponendo ad esso i cambiamenti indotti dalla mutazione degli angoli e della lunghezza dei lati, visti separatamente o congiunti.

Proseguendo la sua analisi formale, Krier individua le quinte sceniche delle piazze (posizione degli edifici e delle facciate), riferendosi alle aperture, ai portici, all’inserimento del verde, al rapporto fra le architetture antiche e moderne per passare infine alla catalogazione del rapporto fra gli accesi e la piazza. Con l’aiuto di questo abaco, ci si può riferire ad ambiti antichi e moderni di configurazione degli spazi urbani visti come elementi singoli, o come sistemi di vuoto, che possono arrivare ad assumere l’effetto di grandi composizioni

Le nuove piazze Come si è già detto le nuove piazze o le piazze della città nuova sembrano rispondere a tre aspetti funzionali prevalenti, legate al commercio, alla residenza, o all’enfatizzazione di un luogo o di una memoria collettiva.

La piazza-mercato  Nella città attuale questo ruolo è spesso affidato alla trasformazione funzionale delle piazze ottocentesche, che nate per ornare l’immagine della città o riorganizzare trionfalmente gli spazi pubblici, sono andati via via assommandosi attività legate al commercio e al tempo libero. Interessanti in questo senso gli studi condotti da Bertrand e Listowski di Parigi, di cui riportiamo gli esempi di piazza Maubert e Des Victories. Il commercio avvolge coinvolgendole, la maggior parte delle piazze di più antica formazione; le quali, grazie al loro ruolo centrale nell’ambiente urbano, tendono a diventare elemento catalizzatore dei flussi di movimento e , dunque, a caricarsi di sempre nuove funzioni. Piazza del Duomo a Milano o piazza di Spagna a Roma hanno indubbiamente queste caratteristiche, non diversamente del resto dalla Piazza di Catalunia a Barcellona o dalla Union Square di San Francisco. Tuttavia gli ultimi esempi citati costituiscono un passo evolutivo maggiormente avanzato: con la creazione dei grandi parcheggi sotterranei esse si pongono infatti nella direzione di moderni centri commerciali, cui questo tipo di piazza tende a uniformarsi. Il modello è cioè quello di aree dove il pedone-compratore si muove liberamente, si guarda intorno, si siede, fa acquisti,e “consuma”, avvolto da un’atmosfera rilassante, piacevole e senza pericoli. Uno degli esempi più famosi resta certamente la Piazza d’Italia a New Orleans, nella quale Charles Moore ha cercato di superare l’idea del semplice centro commerciale per definire uno spazio “dove la gente si sentisse stimolata ad andare e che divenisse un’occasione per la vita sociale” a somiglianza delle piazze mediterranee, che la comunità italoamericani voleva appunto riproporre.

La piazza-giardino Questa piazza riveste il ruolo di centro “interno” di un a aggregazione residenziale compresa tra i 1.550 e i 5-8.000 abitanti.E’ un intreccio di funzioni e e simboli: giocare, sedersi, incontrarsi, chiaccherare, fare gli acquisti quotidiani. Compaiono alberi, fiori, tavolini all’aperto, panchine, bancarelle: ogni ambito di caratterizzava in modo autonomo, quasi autodeterminandosi in base alle dimensioni della popolazione servita, alla sia fisionomia sociale e composizione sociale, al cima, alle architetture e alla vegetazione circostante. Formalmente ci possiamo trovare di fronte a connotati assai differenziati: James Stirling per esempio, per Runcorn ripropone il modello degli “square” inglesi, organizzando i blocchi abitativi intorno a spazi pubblici quadrati /giardini o piazze) che variano per grado di chiusura e per gli elementi formali. Al contrario Riccardo Bofill a Saint Quintin Les Yvelines propone una serie di piazze in sequenza, di diverse dimensioni, che non indulgono a nessun elemento “utile” (panchine, fontane, verde o simili), ma anche determinano soltanto suggestive scenografie urbane un po’ metafisiche alla maniera di certi quadri di De Chirico. La contrapposizione tra spazi verdi e e lastricati è in tema ricorrente nelle piazze legate alle residenze, sia pure con formalizzazioni diverse. In piazza de La Palmera a Barcellona i due ambiti si integrano esteticamente invertendo i temi della piantumazione e della superficie libera, mentre nella Levi’s Piazza di San Francisco (foto 13), L. Halprin contrappone superfici morbide e dure, ponendo un grande blocco di pietra a segnarne il limite. E’ infatti una superficie lastricata, quella che lega gli edifici, ma appena fuori del loro contorno si introduce il tema del ruscello che viene svolto fra il prato, i massi e i cespugli.

 

La piazza-celebrativaDa un punto di vista formale la piazza celebrativa è quella che più si avvicina all’idea della piazza dei secoli passati: resta infatti uno spazio atipico generalmente contrapposto al tessuto edilizio circostante, rispetto a cui, in qualche modo, diventa il simbolo e l’elemento catalizzatore. In relazione alla sua identità, essa può esprimere ‘idea di una data comunità o della città stessa o di un personaggio (in questo caso si sovrappone al “monumento” su cui è centrata la composizione), oppure esser completamente ad una funzione pubblica o collettiva: un museo, una stazione o, ancora, essere il prolungamento di un edificio singolo (il caso più noto è quello del Seagrem Building a New York) o di un insieme di edifici (sempre a New York, vanno ricordati il Rockfeller Center e il World Trade Center). La piazza che meglio celebra la città, il potere, l’intera comunità nazionale è forse la Western Plaze di Washington/di Roberto Venturi). Sono presenti tutti gli elementi classici della piazza: il monumento e la grande vasca che fa da contrappunto alla scultura posta sul lato opposto. La correlazione tra i due elementi è assicurata dall’importante disegno della pavimentazione che copre i grande vuoto, senza interromperlo né banalizzarlo. Sempre in relazione allo spirito comunitario sono da leggere le piazze antistanti ai municipi. La chiesa è un atro grande simbolo comunitario e ad essa sono da sempre legati ampi spazi aperti.La Tiffany Plaza, che trae origine da uno spazio antistante una piccola chiesa, si articola in due parti, ambedue indipendenti dal vecchio edificio di culto. La piazza è caratterizzata da una duplice differenziazione degli ambiti: uno aperto e lastricato, l’altro verde e attrezzato per la sosta e il riposo, ambedue raccordati dallo splendido muro-scultura di Luis Barragan. Non poteva a questo punto mancare una piazza della stazione e l’esempio che noi citiamo non poteva essere più lontano dagli squallidi giardinetti o dagli enormi parcheggi, che troppo spesso fanno da cornice alle nostre stazioni ferroviarie.

 

LA CITTA’ LINEARE DI Arturo Soria y Mata

L’ing. Arturo Soria y Mata (1844-1920) è contemporaneo di Howard.     Nel 1862 pubblica su un giornale di Madrid la sua su un giornale di Madrid la sua teoria della “Ciudad Lineal”. La città lineare vuole essere un’alternativa radicale al modello di sviluppo della città  compatta tradizionale che si accresce intorno ad un nucleo originario. L’accento è posto sulle infrastrutture meccanizzate di trasporto (in primo luogo la ferrovia) che diventano “matrici” dell’insediamento urbano. Il modello insediativo utilizzato asse densità capaci di assicurare buona qualità ambientale ed igiene edilizia controllata. Il modello territoriale prevede che le espansioni avvengano seguendo un tracciato lineare con basse densità insediative attestandosi e collegando i nuclei compatti esistenti (le “città puntuali”)  e dando luogo alla scala territoriale ad un reticolo di “triangolazioni”.

 Elemento portante della città lineare è un asse infrastrutturale composto da strade carrabili ed una tramvia a doppio binario. Sui lati dell asse infrastrutturale si sviluppa in modo simmetrico l’insediamento residenziale organizzato per isolati omogenei All’interno delle triangolazioni vi sono le attività agricole ed industriali L’insediamento si fonda su una precisa gerarchia stradale organizzata su tre ordini e l “ elemento ordinatore è la strada principale”, un viale alberato a sezione complessa largo 40 mt che si compone: di una una parte centrale dove corre la parte centrale dove corre la linea linea tramviaria; dei  camminamenti per i pedoni;  delle corsie per le biciclette; delle  carreggiate esterne esterne per la viabilità per la viabilità. Ortogonalmente alla strada principale si collocano le arterie di distribuzione della residenza dette “strade trasversali” larghe  20 mt e distanti tra loro 80-100 mt.

Il limite esterno dell’insediamento è definito dalla “strada posteriore” larga 10 mt e distante 200 mt dalla strada  principale. Dalla maglia stradale risultano definiti isolati rettangolari di 80-100 per 200 mt tuttavia Soria nei suoi scritti fa. Le lottizzazioni prevalenti sono di 2  moduli (800 mq).  I lotti più grandi tuttavia Soria nei suoi scritti fa (fino a 6 moduli) si affacciano sulla riferimento a lotti diversificati che si modificano in relazione alla natura del terreno (fino a 6 moduli) si affacciano sulla strada principale, quelli più piccoli (1 modulo) sulla posteriore.terreno. All’interno degli isolati residenziali la  lottizzazione è costituita da. Tale ripartizione del suolo corrisponde anche ad una diversificazione delle lottizzazione è costituita da classi sociali: i più ricchi sulla strada aggregazioni di moduli di 20 x 20 mt classi sociali:  i più ricchi sulla strada principale, i meno abbienti sulla strada posteriore.

 

L'archeologia industriale è un metodo interdisciplinare che studia tutte le testimonianze, materiali e immateriali, appositamente create al fine di attuare processi industriali od originatesi a causa di questi, al fine di approfondire la conoscenza della storia del passato e del presente industriale. Le testimonianze attraverso cui l'archeologia industriale può giungere a questa conoscenza sono i luoghi dei processi produttivi, le tracce archeologiche causate da questi, i mezzi e i macchinari attraverso cui questi processi si sono attuati, i prodotti di questi processi, tutti le fonti scritte a loro inerenti, le fonti orali e i paesaggi segnati da questi processi e perciò detti paesaggi industriali.

Il periodo studiato dall'archeologia industriale è quello che va dalla seconda metà del Settecento ai giorni nostri, e più precisamente quello della rivoluzione industriale; tuttavia, questa disciplina prende in considerazione anche talune forme d'industria sviluppatesi prima di questo intervallo di tempo, e cioè le attività preindustriali e protoindustriali. L'archeologia industriale quale disciplina di studio nasce nella prima metà deglianni cinquanta in Inghilterra. L'espressione archeologia industriale venne usata per la prima volta nel 1955 da Michael Rix, professore dell'Università diBirmingham, in un suo articolo pubblicato nella rivista The Amateur Historian. In realtà, come hanno precisato alcuni studiosi, tra cui Neil Cossons, questa espressione circolava già da qualche anno nei primi circoli di appassionati formatisi in Gran Bretagna.

L'Inghilterra, nella seconda metà del Settecento, era stata tra le prime nazioni ad essere coinvolta dalla rivoluzione industriale, e sin dalla seconda metà dell'Ottocento ebbe modo di svilupparsi in determinati ambienti culturali una certa attenzione per alcune testimonianze dell'industrializzazione. La Grande Esposizione Universale di Londra del 1851 fu uno dei primi momenti in cui tale sensibilità ebbe modo di manifestarsi; a questo seguì la creazione del Museo della Scienza di Kensigton qualche anno più tardi e tra la fine del secolo e l'inizio del Novecento il fiorire di una moltitudine di associazioni di appassionati, i trusts, con lo scopo di conservare alcuni monumenti industriali. Tra questi, grande importanza ebbe la Cornish Engine Preservation Society, nata con lo scopo di conservare i mulini ad acqua sorti nelle campagne inglesi.

Dopo la seconda guerra mondiale, l'opera di ricostruzione nella quale furono coinvolte le principali città del Regno Unito, a partire da Londra, portò alla distruzione di numerosi edifici e strutture che avevano avuto importanza nel Settecento e nell'Ottocento per l'evoluzione economica, industriale e sociale del Paese e che alla fine degli Anni Quaranta non avevano più nessuna utilità. Alla loro demolizione si opposero associazioni di cittadini, che vi vedevano una traccia importante del proprio passato. In particolare, nel 1962 l'attenzione dell'opinione pubblica fu attirata dalla decisione di demolire la Euston Station, una delle più antiche stazioni ferroviarie di Londra, e il portico di colonne doriche che la precedeva, lo Euston Arch. Nonostante le vive proteste dei comitati e della Comunità Internazionale, l'abbattimento della stazione fu inevitabile, seguito da un comune vivo risentimento. L'insuccesso di questo provvedimento portò, l'anno seguente, a dichiarare il ponte di ferro sul fiume Severn, in località Coalbrookdale, nel Galles, monumento nazionale. Il patrimonio di archeologia industriale veniva così ufficialmente riconosciuto nella sua importanza culturale dalle autorità anglosassoni.

Comunemente si sostiene che l'archeologia industriale debba riguardare fabbriche, siti industriali et similia relativamente recenti, e in quanto tali non necessitanti delle tecniche comunemente usate dall'archeologo tradizionale. Infatti si dice - che per le conoscenze intrinseche al manufatto, opificio, ecc. - l'archeologia industriale essa sia piuttosto una scienza per ingegneri ed architetti. È vero, tuttavia, che in certi interessanti e meritevoli casi strutture industriali (officine, opifici, ecc.) siano stati in questi ultimi decenni riscoperti, restaurati e rivalutati in modo da divenire contenitori per centri studi e poli museali (come nel caso dell'ex fabbrica tessile Pria di Biella, al centro negli anni novanta di un importante progetto di recupero in chiave archeologico-industriale da parte dell'architetto Gae Aulenti o come nel caso della fabbrica Campolmi a Prato che ospita il Museo del Tessuto), centri commerciali o espositivi come Le Ciminiere di Catania, ecc., cosa impensabile per un sito archeologico tradizionale. Sotto questo aspetto, è evidente come la mano ingegneristico-architettonica risulti determinante.

Si pensi, tra gli altri, al caso italiano del Lingotto di Torino, storico stabilimento di produzione FIAT o, a Parigi al Museo della Gare d'Orsay, ex stazione ferroviaria. Si pensi anche all'ex zuccherificio di CecinaLivorno. Si ritiene che l'archeologia industriale possa avere in futuro un sicuro sviluppo. Questo presupposto muove dalla considerazione che tanto in Europa quanto nelle Americhe si assiste ad un sempre maggiore interesse per gli aspetti dell'industrializzazione che vengono - con il passare del tempo - visti in chiave maggiormente storica.

Lo stesso rilievo che sempre più si è dato in questi ultimi anni alla creazione degliEcomusei come quello sull'Adda, ne è un ulteriore conferma essendo questi spesso collegati, nei maggiori centri urbani o nei loro pressi, alla rivalutazione ed alla divulgazione alle giovani generazioni della primigenia fase di industrializzazione conserviera, tessile, metalmeccanica, che contraddistingueva comunemente quelle zone in un passato non ancora remoto. Tra i siti di notevole interesse inLombardia si segnalano: Crespi d'Adda - sito protetto dall'UNESCO - ilCotonificio Muggiani a Rho, lecentrali idroelettriche Bertini, edEsterle a Porto d'Adda ed il corso del fiume Caldone (a Lecco), dove sono presenti sistemi idraulici per sfruttare l'energia dell'acqua. Questi sistemi servivano a fornire energia alle numerose officine che lavoravano materiale ferroso nate e sviluppatesi nell'Ottocento. Un'alta area ad alta concentrazione di industrie antiche è la Valle del fiume Olona, in Provincia di Varese.

Merita di esser citata, infine, Schio soprattutto grazie ai vari lanifici storici ubicati nel centro urbano (lanificio Cazzola, lanificio Lora (resti), Lanerossi -con la celebreFabbrica Alta-, lanificio Conte), tutti fondati lungo il tracciato della Roggia Maestra, un canale artificiale indispensabile per produrre energia. Accanto a questi antichi opifici sorgono altri interessanti manufatti quali ad esempio il Nuovo quartiere operaio; sparse nel territorio comunale esistono altre interessanti testimonianze (stabilimento Italcementi, fabbrica Saccardo ed essiccatoi di caolino al Tretto, filanda Bressan a Magrè, eccetera).

Per la produzione dei laterizi una svolta decisiva per la produzione venne determinata negli ultimi decenni dell'Ottocento/inizi novecento l'introduzione dei Forni Hoffmann'. Esempi tipici la fornace Cavallini e la Fornace Penna

L'architettura del vetro

il primo materiale vetroso, secondo la testimonianza di plinio il vecchio, si originò nel III sec ac in fenicia, da blocchi di soda fusi sulla sabbia del fiume Belo dal fuoco di un bivacco: una scoperta casuale che le civiltà succedutesi nei secoli affinarono, trasformando il vetro da oggetto funzionale ad espressione artistica. Basti pensare agli unguentari e alle fainces egizie, al vetro soffiato concepito a Sidone e affinato a Murano, ai monaci delle terme e delle ville romane, ai vetri inseriti nei palazzi tardo medioevali, alle finestre vetrate legate a piombo. La necessità di introdurre la luce all'interno delle enormi cattedrali gotiche generò l'architettura del vetro.  Ma la vera e propria instaurazione del vetro in architettura compete a sir joseph paxton che nel 1951, in seguito ad esperimenti protrattasi alcuni anni, progettò il Christal palace di Hyde park, realizzando in soli sei mesi una complessa struttura in acciaio e vetro rivoluzionando il modo stesso di concepire  l'involucro edilizio: al concetto di un'architettura resa permeabile alla luce solo in alcuni punti, sostituì quello di un rivestimento totalmente trasparente.

 

 

 

 

Esperto botanico, trasse ispirazione esaminando le foglie del giglio della guyana: il segreto delle loro”naturale ingegneria” si doveva al collegamento tra le nervature di irradiamento notevolmente rigide a quelle trasversali oltremodo flessibili. Su questa scia, agli albori del 900, i progetti di l'edificazione le corbusier, dei componenti della Glaserne Kette e di Bruno taut rappresentarono i principi alle costruzioni del Padriglione dell'acciaio all'esposizione di Lipsia del 1913 e quello del Vetro al Werkbund di Colonia l'anno successivo: ne derivò l'edificazione progressiva di grattacieli, edifici e uffici, pubblici e non, su buona parte del pianeta. Le avveniristiche ricerche dell'uso del vetro in architettura, ne permisero un utilizzo estensivo quale materiale costruttivo, sia col suo inserimento in grigliati metallici che ancorando tra loro le lastre mediante rotules, soluzione quest'ultima necessaria a conferire una relativa autonomia di movimento tra i vari elementi. L'innovazione più determinante nella produzione del vetro si verificò negli anni 50 ad opera di Pilkington Float System, metodo col quale la colata di vetro, che galleggia espandendosi su un bagno di stagno fuso, una volta raffreddandosi si solidifica in lastra continua. In questo periodo Mies van der Rohe costruisce la Casa Farnsworth, per le pareti della quale impiega esclusivamente vetro, garantendo una continuità pressoché totale tra l'interno e il paesaggio, inaugurando un impiego più radicale di questo materiale nella costruzione di abitazioni private. Pur concentrando pregevoli prerogative quali salubrità e robustezza, essendo la trasparenza la sua principale caratteristica architettonica, creava problemi di salvaguardia alla riservatezza, nonché difficoltà di manutenzione e pulizia che ne ostacolavano un uso massiccio nell'architettura privata.

Ma la ricerca tecnico scientifica ha conseguito di risolvere i più svariati inconvenienti. Le più innovate soluzioni sono ora costituite dalle lastre termiche, basso emissive, acustiche, ottico-luminose, antiproiettile, acidate, luminescenti, fotocromatiche, smaltate, a cristalli liquidi, fotovoltaiche, schermati ai raggi x, autopulenti. Inoltre la tecnologia edilizia del vetro ha prodotto innovazioni radicali che hanno completamente ridefinito il linguaggio dell'architettura del vetro, soppiantando i composti chimici di fissaggio e sigillatura ai sistemi meccanici di montaggio. Grazie agli innumerevoli campi di applicazione, il vetro può essere oggi considerato come materiale da costruzione per eccellenza, accostabile a qualunque sostanza, adeguando ad ogni tipo di restauro.

In conclusione: l'elemento distintivo dell'architettura contemporanea

ARCHITETTURA CONCRETA

 

Dal latino: concretus, participio passato di concrescere composto di con e crescere.  La radice etimologica di concreto è “kere” dalla quale derivano creare, crescere e anche cereale, ha quindi a che fare con l’agricoltura, cioè con una condizione stanziale, legata alla terra, ai luoghi. L’agricoltore prima di raccogliere coltiva, per coltivare deve conoscere, non accetta semplicemente, né si adegua: passa dal nomadismo alla stanzialità.  Concreta è un’idea di architettura secondo cui l’abitante, il progettista e il costruttore devono indagare e conoscere, non semplicemente accettare e adeguarsi.

Perché vogliamo parlare di “architettura concreta”?

Per contrastare l’impoverimento generato sui paesaggi, sui manufatti e sulla vita delle persone, dall’edilizia pragmatica,  terreno d’azione del professionismo, che agisce con l’unico riferimento del “mercato”, puntando esclusivamente alla massima efficacia contingente e alla minima prospettiva generale, sia rispetto al passato, che ai destini futuri.

Naturalmente quando lamentiamo la perdita di identità e qualità nell’habitat contemporaneo, sappiamo di non poterla superare recuperando arcadiche organicità. La società organicamente legata al territorio che ha prodotto la città e la campagna storiche, non esiste più. Ogni atteggiamento vernacolare è solo una risposta superficiale alle richieste del mercato. Non vagheggiamo quella organicità, ma nemmeno accettiamo l’attuale schizofrenia, se non altro perché non produce risultati esteticamente e tecnicamente accettabili, ma solo banalità, povertà e insignificanza dei manufatti e dei paesaggi.

 

L’architettura concreta la immaginiamo qui applicata all’edilizia residenziale; negli altri casi il discorso è identico nei principi e un po’ diverso nelle pratiche. Quello che proponiamo è un recupero di organicità nel processo che conduce alla costruzione del proprio habitat, il ricostituire, in qualche modo, la comunità che progetta e realizza. Sulla base di alcuni fondamenti (la sensibilità per il contesto, il principio di necessità, la partecipazione, una certa idea di durata) vogliamo dare dell’architettura concreta una definizione in forma aperta, come in un canovaccio provvisorio.

L’architettura concreta

- non è un solo modo di affrontare il progetto;

- non è un processo intellettuale ma un progetto intelligente (che vuole intelligere: capire la realtà e relazionarsi con essa);

- non è uno stile né un linguaggio, tuttavia propende per forme ed espressioni sobrie, nette e sincere;

 

E’ un’idea di architettura che:

- si confronta con il fatto fisico, la materia, le condizioni reali, i costruttori e gli abitanti;

- è attenta ai luoghi, oppone alla genericità dei modelli astratti, la sensibilità verso le condizioni locali;

- presuppone una concezione del territorio come risorsa unica non ripetibile, patrimonio da ricevere, capire, salvaguardare e tramandare;

- è sostenibile;

- mira a rendere consapevoli che possedere una casa significa gestire uno spazio, mantenere un manufatto, vivere un luogo; 

- ha grande rispetto del tempo, si confronta con la durata;

- non è definitiva, sa che ogni manufatto può essere trasformato, ogni trasformazione è un passo nella continua ridefinizione di un luogo;

- Sa cogliere l’occasione, è aperta all’imprevisto; 

- considera l’edificio come fatto concreto per il quale il come è fatto, come funziona, come va mantenuto e riparato non sono problemi da delegare ma temi del progetto;

- considera tanto il progetto quanto la costruzione nell’ottica della consapevolezza, ecologia, economicità;

- intende restituire qualità tecnica, professionale, progettuale, al processo di trasformazione dell’ambiente

- predilige l’idea di un adeguamento critico al contesto piuttosto che una estetica dell’unitarietà;

- considera la forma non come dato a priori ma come risultato dell’interazione tra diversi fattori: ambiente, attori, occasioni, saperi;

- mette in comune saperi e competenze, accetta i contributi di altre discipline;

- considera l’habitat come frutto di un processo collettivo cui partecipa anche l’architetto;

- ha una concezione non dottorale del ruolo progettuale; 

- promuove la consapevolezza dell’utente, la riappropriazione dell’edificio come oggetto conosciuto e non oscuro;

- incoraggia una idea di solidarietà e gestione partecipata del processo di progettazione/costruzione;

- considera la città come entità collettiva, complessa, ricca di qualità;

- ricerca la trasparenza delle scelte progettuali e tecniche;

- è antiretorica;

- è aperta e leggera;

- ama la luce, i colori, gli elementi tattili;

- considera i parametri economici, giuridici, amministrativi del progetto senza farsene fagocitare;

- intende arricchire il processo di costruzione e trasformazione dell’ambiente portando elementi di qualità tecnica, professionale, progettuale, di relazioni, economica; 

- è esplorazione da intraprendere ad ogni nuovo progetto senza soluzioni preconfezionate;

 

In conclusione ci piace citare alcune riflessioni di Junzo Yoshimura (1908-1997) professore alla Tokyo National University of fine Arts and Music:

“purezza, cioè materiali da costruzione usati onestamente e strutture composte soltanto di elementi necessari”

“spazi confortevoli, se una casa ha un centro di gravità, prima di tutto c’è stabilità conseguentemente c’è serenità e questo conduce allo stare bene”

“obbligo sociale di prendere atto che ogni singola casa trasforma l’ambiente anche per le generazioni future”

“obbligo per gli architetti di  progettare cose reali, senza sfuggire all’esistenza delle cose in se stesse”

“percepire profondamente la complessità del luogo, guardando come arriva la luce del sole, come cade la pioggia, quali percorsi fa il vento, il rapporto con la disposizione delle strade, per far emergere, naturalmente, la forma”

 

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